Softcore significa contenuto sessuale simulato: nudità e situazioni sessuali senza atti espliciti e non simulati davanti alla macchina da presa. È la descrizione di ciò che una commissione di censura o un ufficio standard di un’emittente lascia passare, non un verdetto sull’ambizione di un film o sulla serietà di chi vi recita. Il genere in questione ha tenuto le sale per anni e ha prodotto carriere lunghe cinque decenni; una delle attrici classificate qui sotto è finita nel cast di un film che ha vinto l’Oscar per il miglior film internazionale. La categoria esiste perché regolatori, emittenti e distributori hanno tracciato una linea precisa e verificabile, e capire dove passa quella linea spiega quasi tutto il resto.
La linea è scritta nei sistemi di classificazione, ed è la stessa in tutti i mercati che hanno prodotto questo genere. Negli Stati Uniti il vecchio marchio X, in uso dal 1968, era nato per qualunque contenuto non adatto ai minori, compresi film seri e non pornografici; i distributori di pornografia cominciarono ad autoapplicarsi quella lettera, che non era registrata, e negli anni Ottanta era ormai diventata sinonimo di cinema esplicito. La MPAA la sostituì con NC-17 nel settembre 1990 proprio per separare il dramma adulto da quell’associazione, e il primo film a portarla fu Henry & June. Nel Regno Unito il British Board of Film Classification traccia la stessa linea in modo ancora più esplicito: il certificato 18 ammette il contenuto sessuale simulato e passa nella distribuzione ordinaria, mentre il certificato R18 è riservato agli atti sessuali reali e limita la vendita ai sexy shop autorizzati e ai cinema con licenza speciale, senza vendita per corrispondenza. È, in un sistema nazionale di classificazione, lo stesso confine che questa pagina applica.
In Italia quel confine ha avuto una conseguenza industriale precisa: il cinema erotico è passato dal circuito ordinario. Le pellicole di questo genere uscivano nelle sale normali, venivano recensite dalla critica cinematografica e portavano in cartellone i nomi di registi che nello stesso periodo firmavano gialli, commedie e film d’avventura. È il motivo per cui le attrici di questo genere hanno curriculum che comprendono, senza soluzione di continuità, un film erotico e un film d’autore — e per cui trattarle come una popolazione separata dal cinema italiano è un errore quanto trattarle come una popolazione del cinema per adulti.
Da qui la regola di inclusione di questa pagina, in due condizioni, entrambe necessarie e nessuna sufficiente da sola. La prima è documentale: deve esistere una scheda ricercata in questo archivio, con fonti, per quella persona. Non pubblichiamo un profilo su una persona reale che non abbiamo verificato, nemmeno quando il suo posto nel genere è ovvio, e questo è il filtro che esclude i quattro nomi più noti di tutti. La seconda è di produzione: il nucleo documentato della filmografia erotica deve essere stato prodotto in Italia. È il filtro che esclude Sylvia Kristel, il cui Emmanuelle del 1974 è francese, e Corinne Cléry, il cui Story of O del 1975 è francese, pur avendo entrambe una scheda regolare nel nostro archivio ed essendo la prima delle due la persona più famosa che questo genere abbia prodotto.
Resta una terza condizione, che non è nella regola perché è nella definizione stessa del campo valutato: il lavoro classificato deve essere cinema erotico e non cinema esplicito. Le due cose non si distinguono per grado ma per contenuto, e le persone che hanno lavorato in entrambi esistono. Le due che il nostro archivio documenta — Lilli Carati e Marina Hedman — sono presentate più sotto, senza punteggio, perché una classifica che le mettesse accanto a Gemser, Grandi e Caprioglio starebbe misurando due mestieri con lo stesso metro.